Problemi trattati

Ricevo nel mio studio di Acerra, Napoli e Aversa.
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SERVIZI E TRATTAMENTI

I miei interventi

Mi occupo di psicoterapia individuale, di coppia e familiare. Tratto, inoltre, disturbi d’ansia, difficoltà relazionali e comunicative, fissazioni, ossessioni e compulsioni, dipendenza affettiva, disturbi dell’infanzia, depressione e disturbi dell’umore, problemi di coppia, problemi nell’adolescenza, bassa autostima.

L’Ansia, che tu ci creda o no, è qualcosa di buono!
Infatti, questa emozione rappresenta un segnale che contribuisce alla nostra sicurezza di fronte ad un pericolo. È un sistema difensivo che si attiva quando dobbiamo affrontare situazioni possibilmente pericolose. Nella vita di tutti i giorni proviamo spesso ansia, per esempio prima di un colloquio di lavoro, durante un esame,  ad un primo appuntamento romantico, durante la guida di un auto o semplicemente quando dobbiamo attraversare la strada. Questo tipo di ansia è uno stato emotivo del tutto normale e appropriato. Ci aiuta a svolgere numerosissime attività quotidiane, preservando la nostra incolumità e attiva modificazioni fisiologiche che predispongono l’organismo a reagire.

E allora, quando l’ansia cessa di essere un fenomeno normale e diviene un disturbo?

Possiamo dire che l’ansia diventa un fenomeno patologico quando lo stato emotivo di malessere diventa esagerato o sproporzionato rispetto al reale pericolo che l’individuo deve affrontare. In questo caso l’ansia non é adattiva, ma diventa un problema che può rendere la persona incapace di controllare le proprie emozioni e di affrontare anche le situazioni più semplici.

TIPOLOGIE DI DISTURBI D’ANSIA:

  • Attacco di Panico
  • Agorafobia
  • Fobia specifica
  • Fobia sociale
  • Disturbo ossessivo-compulsivo
  • Disturbo post-traumatico da stress
  • Tachicardia
  • Palpitazioni
  • Dolori al torace
  • Respiro corto e difficoltoso
  • Mani fredde e bagnate
  • Tremori
  • Pallore
  • Sudorazione
  • Sensazione di caldo o freddo
  • Bocca secca
  • Sensazioni di pericolo o minaccia
  • Difficoltà di concentrazione
  • Confusione
  • Paura di morire, impazzire o perdere il controllo

Fondamentale, al fin di prevenire l’ansia, è riservare una parte del proprio tempo alla coltivazione di hobby, attività ludico-ricreative, sportive (corsa, nuoto, sport di squadra o individuali) o rilassanti (training autogeno, yoga, meditazione, musicoterapia, etc.), nonché dare libero sfogo agli  interessi personali. 

Molto spesso, infatti, l’ansia può essere favorita da relazioni interpersonali che, consapevolmente o inconsapevolmente, inducono uno stato di malessere che il corpo tende ad esprimere con i sintomi dell’ansia. Questo accade perché siamo immersi in una rete di relazioni (la famiglia attuale, la famiglia d’origine, i colleghi, gli amici, etc.) e un eventuale problema irrisolto in uno di questi sistemi può avere ripercussioni anche negli altri sistemi relazionali (per esempio: un sospeso con tuo padre può condizionare la scelta del tuo partner e/o inficiare il tuo modo di relazionarti al datore di lavoro).

La terapia rappresenta un processo di apprendimento, nel quale tali modelli relazionali possono essere modificati all’interno della relazione terapeutica stessa. Con la terapia si crea quello spazio mentale ed emotivo in cui vengono elaborati i vissuti che nascono all’interno dell’immensa rete di relazioni in cui siamo immersi.

Ecco alcuni utili consigli:

  • fare jogging;
  • partecipare avisite guidate;
  • passeggiare;
  • fare un aperitivo;
  • iscriversi alla newsletter di eventi su sulle iniziative presenti in città… e tanto altro ancora.

Durante la loro crescita, i bambini sviluppano costantemente nuove abilità sociali, comportamentali ed emotive che gli consentono di condurre una vita sana e felice. Ogni fase di sviluppo presenta sfide specifiche per i bambini e per le loro famiglie. Talvolta, problemi emotivi o comportamentali, posso rendere queste fasi di passaggio particolarmente critiche e difficili da superare. Ogni bambino risponde in modo diverso ai cambiamenti di vita ed hanno molti modi per comunicare uno stress emotivo. A volte sono infelici, preoccupati o spaventati per motivi che loro stessi non riescono a spiegare. Altre volte agiscono con rabbia e aggressività, mostrando una forte intolleranza alle frustrazioni e incapacità a controllare i loro impulsi. In questi casi, la loro energia e la loro creatività non è incanalata per favorire il loro potenziale.

In particolare i bambini potrebbero:

  • Rifiutarsi di andare a scuola
  • Non riuscire a rispettare le regole
  • Mostrare irritabilità, irrequietezza e paura
  • Sviluppare una forte ansia
  • Avere atteggiamenti negativi verso se stessi o i loro compagni
  • Chiudersi al mondo esterno

Nella vita, esistono alcuni eventi che possono incidere in maniera particolarmente significativa sulla salute emotiva dei bambini, come:

  • Rapporto conflittuale dei genitori
  • Nascita di un fratello
  • Morte di una persona cara
  • Cambiamento di casa o di scuola
  • Cattivo inserimento nel contesto scolastico

Talvolta invece, è proprio la genetica a giocare un ruolo determinante, per cui i genitori potrebbero ritrovarsi a gestire figli con articolari disagi come:

  • Disturbo del comportamento
  • Deficit di attenzione e iperattività
  • Ansia
  • Depressione
  • Autismo
  • Ritardo mentale
  • Disturbo Oppositivo Provocatorio

Queste condizioni di salute mentale rappresentano solo una parte dei disagi che possono colpire bambini e adolescenti, nonché mettere a dura prova i genitori e l’intero nucleo familiare di appartenenza. In questi casi possono insorgere sentimenti negativi o comportamenti non funzionali che interferiscono con il senso di benessere e con la capacità emotiva, sociale e intellettuale di affrontare il disagio. Se questi problemi non si risolvono nel breve arco temporale, potrebbe rivelarsi utile il sostegno e l’assistenza professionale di un esperto.

  • Disturbo di Asperger
  • Deficit di Attenzione / Iperattività(ADHD / ADD)
  • Disturbo Autistico
  • Disturbo della Condotta
  • Encopresi
  • Enuresi
  • Disturbi emotivi del linguaggio
  • Ritardo mentale
  • Disturbo Oppositivo Provocatorio
  • Disturbo d’Ansia da Separazione
  • Mutismo Selettivo
  • Ansia Sociale
  • Disturbo Depressivo

Sviluppare e mantenere un rapporto positivo con i figli non è un compito facile in quanto le emozioni dei bambini sono molto delicate e le modalità educative dovrebbero sempre adattarsi al temperamento del bambino cui si rivolgono. Detto ciò però, esistono atteggiamenti genitoriali che risultano fondamentali alla crescita di bambini sani e felici, a prescindere dal loro carattere o dalle loro inclinazioni personali. Per crescere figli sereni, ricchi di fiducia e di autostima è importante prendersi cura di loro, farli sentire amati, accettati, rispettati e considerati.

In particolare è fondamentale che i genitori (madre e padre indistintamente):

  • Trascorrano del tempo insieme al loro bambino, condividendo attività ludiche e creative
  • Esprimano verbalmente e frequentemente l’amore che provano verso il figlio
  • Lo facciano sentire accettato e amato a prescindere da un risultato (scolastico o sportivo) o da un atteggiamento (introverso o estroverso)
  • Lo incoraggino ad affrontare cose nuove ma lo sostengano quando non voglia “accettare la nuova sfida”
  • Correggano i suoi comportamenti giudicando solo le azioni sbagliate e non il bambino stesso (mai dire “sei uno stupido” piuttosto “lanciare per terra il telecomando è da stupidi”)
  • Rispettino i loro sentimenti e le loro scelte, invogliandoli ad esprimersi secondo la loro natura e non secondo il proprio canone (che potrebbe suonare così: “i maschi non piangono” oppure “bisogna cavarsela da soli senza frignare”)

Al servizio dei bisogni emotivi dei bambini e delle loro famiglie, l’intervento psicologico è un percorso di accompagnamento che intende potenziare le risorse di genitori e figli che stiano attraversando un momento di difficoltà o di disorientamento nel legame con il proprio bambino. Il percorso mira a comprendere e migliorare la relazione con i figli nonché gli stili educativi e comunicativi in famiglia per favorire una crescita migliore dei figli stessi. Gli incontri puntano ad offrire informazioni e sostegno e sono orientati alla risoluzione di problematiche relazionali con i propri figli o tra fratelli. Lo scopo è far acquisire specifiche competenze e strategie per la risoluzione di problemi inerenti difficoltà comunicative, emotive o comportamentali.

 

In particolare, i genitori vengono supportati nella gestione del proprio figlio e nella migliore comprensione dei suoi bisogni emotivi; i figli sono aiutati ad esprimere i loro bisogni, spesso celati e confusi dalla presenza del disagio stesso.

SUGGERIMENTI

Se siete un genitore, ecco alcuni suggerimenti quando si parla ai bambini della terapia e dello psicologo:

  • Ascoltate attivamente e siate sinceri sui motivi che vi conducono alla consulenza
  • Spiegate che non si tratta di una punizione né di una colpa
  • Prendete sul serio le preoccupazioni del vostro bambino, le sue esperienze e le sue emozioni
  • Cercate, insieme, un accordo sul problema da esporre in seduta che vorreste risolvere
  • Spiegate che il ruolo di un terapeuta è quello di fornire aiuto e sostegno a tutti i membri della famiglia (e non solo al bambino portatore del disagio)
  • Spiegate che esiste un accordo di riservatezza e che tutto ciò che verrà detto in seduta resterà privato, salvo non ci siano minacce all’incolumità personale

 

PERCORSI DIAGNOSTICI

Laddove risulti utile o necessario, è possibile affrontare con il bambino un percorso diagnostico attraverso l’utilizzo di appositi TEST per valutare una o più tra le seguenti dimensioni:

  • Ansia: l’ansia generalizzata; sociale; da separazione e ansia relativa alla scuola.
  • Depressione: l’umore depresso; l’anedonia, il disinteresse; l’umore irritabile; il senso di inadeguatezza, la bassa autostima; l’insicurezza; il senso di colpa; la disperazione.
  • Sintomi ossessivi-compulsivi: i pensieri ossessivi; le compulsioni/rituali; la rupofobia/contaminazione; l’ordine/controllo e il dubbio/indecisione.
  • Disturbi alimentari: le condotte bulimiche; le condotte anoressiche; l’accettazione/valutazione del proprio corpo; la paura della maturità; il perfezionismo; l’inadeguatezza.
  • Sintomi somatici e ipocondria: sintomi relativi all’astenia; all’apparato respiratorio; al sonno; alla capacità di concentrazione/memoria.
  • Fobie: 24 tipi di paure.

A chi si rivolge?

  • Ai genitori che vivono una situazione di «normalità», ma vogliono confrontarsi sulle modalità educative;
  • Ai genitori che hanno un figlio con problemi comportamentali o che risulti “difficile da gestire” (come alla nascita di un fratellino o nel contesto scolastico);
  • Ai genitori che si scontrano con difficoltà specifiche di uno o più figli (ad esempio disturbi dell’apprendimento, iperattività, deficit intellettivo, ansia, comportamento provocatorio ecc.);
  • Ai genitori in fase di separazione che vogliano essere aiutati a gestire il rapporto con i figli.

Nel periodo che va dalla preadolescenza (9-12 anni) all’adolescenza (13-19), i ragazzi, in bilico tra l’infanzia e l’età adulta, devono affrontare intensi mutamenti fisici, emotivi, sociali e psicologici. In questa fase, i figli passano rapidamente dalla condizione di dipendenza e ricerca di compiacimento a quella in cui vogliono prendere da soli le decisioni e pensare in modo autonomo. Questo percorso non è sempre lineare e agevole perché i cambiamenti a questa età sono difficili da gestire sia per i genitori sia per i figli adolescenti.

In questo momento può sembrare che i figli gettino via tutti i valori e i principi a cui sono stati educati ed è facile per un genitore cadere nella frustrazione e sentire di aver perso la propria influenza e controllo sul figlio. Talvolta, questa fase di passaggio può divenire particolarmente critica e difficile da gestire. Ogni adolescente risponde in modo diverso ai cambiamenti di vita e ha molti modi per comunicare uno stress emotivo. A volte può apparire infelice, triste, taciturno, preoccupato o spaventato per motivi che lui stesso non riesce a spiegare. Altre volte, agisce con rabbia e aggressività, mostrando una forte intolleranza alle regole e l’incapacità di controllare i suoi impulsi. In tutti questi casi, l’energia e la creatività di un adolescente non è incanalata e non favorisce il sano sviluppo del suo potenziale.

Il disagio di un adolescente si può manifestare in tanti modi e per tanti motivi. Alcuni segnali di sofferenza possono esprimersi attraverso:

  • Confusione sulla propria identità
  • Incertezza sul proprio futuro
  • Tristezza, Apatia e Depressione
  • Rabbia, Aggressività, Ostilità e Chiusura
  • Blocco nello Studio
  • Utilizzo di Droghe
  • Disturbi Alimentari
  • Insonnia
  • Ansia Generalizzata, Ansia Sociale, Attacchi di Panico
  • Paure, Fobie
  • Compulsioni e Ossessioni

Sviluppare e mantenere un rapporto positivo con i figli non è un compito facile in quanto le emozioni degli adolescenti sono molto delicate e le modalità educative, per adattarsi ai rapidi cambiamenti della crescita, dovrebbero costantemente evolvere nel tempo. L'atteggiamento del genitore dovrebbe cambiare nei confronti del figlio in base alla situazione o al problema da affrontare. Un approccio sempre rigido oppure sempre protettivo o troppo amichevole non si presta bene ai diversi momenti della vita di un adolescente.

Il segreto consiste proprio nella capacità di modulare il tipo di approccio in base alla problematica che di volta in volta ci porta la relazione col figlio adolescente. Non bisogna credere che gli adolescenti non abbiano bisogno di regole e limiti. Per aumentare il senso di responsabilità e collaborazione, è utile che queste vengano definite insieme a loro, in un momento lontano dai conflitti. Contestualmente alle regole, devono essere stabilite a priori anche le conseguenze del mancato rispetto delle stesse, in modo tale che il ragazzo sia a conoscenza da subito delle conseguenze di un’eventuale trasgressione. Comprendere lo stato d’animo del ragazzo/a che infrange una regola pattuita sta alla base di una buona gestione del conflitto. Utile potrebbe essere un breve confronto con i genitori degli amici frequentati dal ragazzo per capire anche in quale contesto e con quali regole si confronta l’adolescente.

Quando una famiglia vive un disagio per il malessere di un figlio adolescente, il percorso psicologico prevede innanzitutto la comprensione dei bisogni e l’individuazione delle dinamiche che alimentano una difficoltà tra le due generazioni (genitori e figli). In base alle diverse situazioni, sono invitati agli incontri i genitori con o senza l’adolescente. In taluni casi, potrebbe rivelarsi utile offrire uno spazio d’ascolto esclusivo all’adolescente.

In particolare, durante gli incontri, i genitori sono aiutati ad osservare la loro relazione con i figli nonché a migliorare lo stile educativo e comunicativo in modo da favorire una crescita sana della famiglia nel complesso. L’aiuto ha come scopo la migliore gestione del figlio a partire da un’attenta comprensione dei suoi bisogni emotivi. I figli, dall’altro alto, sono aiutati ad esprimere più chiaramente i loro bisogni, sono sostenuti nella comprensione di se stessi e accompagnati ad esplorare la loro sfera emotiva e/o relazionale. Gli incontri puntano ad offrire informazioni e sostegno. Sono orientati alla risoluzione di problematiche relazionali con i propri figli o tra fratelli. Lo scopo è far acquisire specifiche competenze e strategie per la risoluzione di problemi inerenti difficoltà comunicative, emotive o comportamentali.

PERCORSI DIAGNOSTICI

Laddove risulti utile o necessario, è possibile affrontare con l’adolescente un percorso diagnostico attraverso l’utilizzo di appositi TEST per valutare una o più tra le seguenti dimensioni:

  • Ansia: l’ansia generalizzata; sociale; da separazione e ansia relativa alla scuola.
  • Depressione: l’umore depresso; l’anedonia, il disinteresse; l’umore irritabile; il senso di inadeguatezza, la bassa autostima; l’insicurezza; il senso di colpa; la disperazione.
  • Sintomi Ossessivo-Compulsivi: i pensieri ossessivi; le compulsioni/rituali; la rupofobia/contaminazione; l’ordine/controllo e il dubbio/indecisione.
  • Disturbi Alimentari: le condotte bulimiche; le condotte anoressiche; l’accettazione/valutazione del proprio corpo; la paura della maturità; il perfezionismo; l’inadeguatezza.
  • Sintomi Somatici e Ipocondria: sintomi relativi all’astenia; all’apparato respiratorio; al sonno; alla capacità di concentrazione/memoria.
  • Fobie: 24 tipi di paure.
  • Abilità, Motivazione e Orientamento allo Studio: abilità e strategie di studio, fiducia nella propria intelligenza e nella propria personalità, componenti emotive e motivazionali dell’apprendimento.
  • Benessere Globale: Accettazione del proprio corpo, Integrazione delle pulsioni sessuali, Relazioni con amici dell’altro sesso, Capacità di coping, Competenza emotiva, Relazioni con gli amici, Efficacia filiale, Inserimento sociale, Acquisizione dell’identità, Conoscenza e coerenza del Sé, Senso e Soddisfazione di vita.
  • Competenze trasversali, interessi e scelte formative: autovalutazione delle competenze, valutazione dei valori professionali, valutazione dell’immagine di sé, valutazione dell’autoefficacia, valutazione dell’adattamento interpersonale, valutazione dell’ansia da esame, valutazione degli stili decisionali.
  • 6 Dimensioni dell’Autostima: area interpersonale (come il soggetto valuta i suoi rapporti sociali, con i pari e con gli adulti), area scolastica (i successi o i fallimenti sperimentati nella classe), area emozionale (la vita emotiva, la capacità di controllare le emozioni negative), area familiare (le relazioni nella famiglia, il grado in cui si sente amato e valorizzato, ecc.), area corporea (il suo aspetto, le capacità fisiche e sportive, ecc.), area della padronanza sull’ambiente (la sensazione di essere in grado di dominare gli eventi della propria vita,

 

A chi si rivolge?

  • Ai genitori che vivono una situazione di «normalità», ma vogliono confrontarsi sulle modalità educative;
  • Ai genitori che vedono nel figlio uno o più segnali di disagio;
  • Ai genitori in fase di separazione che vogliano essere aiutati a gestire il rapporto con i figli;
  • Ai genitori che non riescono a comprendere il loro figlio;
  • Agli adolescenti che vogliono confrontarsi con un esperto esterno alla famiglia;
  • Alle famiglie che vogliano superare insieme una fase difficile della loro vita.

Il disturbo depressivo è uno stato di malessere che coinvolge la persona nella sua totalità, provocando spiacevoli sintomi che condizionano il corpo, l’umore, i pensieri e le relazioni. Interferisce nella la vita quotidiana con il normale funzionamento e provoca sofferenza sia alla persona affetta che ai suoi cari.

Un disturbo depressivo si differenzia da uno stato d’animo triste perché, a differenza di quest’ultimo, non è transitorio e non dipende dalla volontà di chi ne soffre.

Senza trattamento, i sintomi possono durare per settimane, mesi o anni. 
La depressione è una malattia comune ma grave e la maggior parte delle persone che ne soffrono, trae giovamento dal trattamento psicoterapeutico e/o farmacologico, ottenendo un miglioramento della qualità della vita.

I disturbi depressivi si presentano in diverse forme, che si differenziano per tipologia di sintomi, gravità e persistenza degli stessi.

  • La Depressione Maggiore si manifesta con umore depresso per tutta la giornata per più giorni di seguito, assenza di interesse verso cose che prima erano piacevoli, irritabilità, stanchezza, visione negativa della propria vita e del mondo in generale. La persona depressa si sente senza speranza, senza poteri né risorse, completamente impotente di fronte alla vita e alle persone. Mancano le energie per fare qualsiasi attività, fisica e mentale.
    Si guarda la propria vita e tutto appare un fallimento, un susseguirsi di perdite di cui spesso ci si sente colpevoli.
  • Il Disturbo Distimico, si manifesta con gli stessi sintomi della depressione ma questi ultimi sono contemporaneamente più attenuati e prolungati nel tempo. Dunque, il distimico riesce a condurre una vita “normale” (per esempio andando a lavoro) pur soffrendo tutti i gironi di alcuni sintomi (per esempio insonnia, ipersonnia, sentimenti di insicurezza, bassa autostima, sconforto, tristezza, difficoltà di concentrazione o di prendere decisioni etc.). La distimia si manifesta quindi nel suo carattere cronico e persistente.
    Chi ne soffre pensa spesso che il suo malessere sia parte del suo carattere e che non possa fare granché per migliorare. Di solito la distimia caratterizza le fasi di passaggio da due episodi depressivi maggiori.
  • La Depressione Psicotica si verifica quando una malattia depressiva grave è accompagnata da una qualche forma di psicosi, come ad esempio una rottura con la realtà, allucinazioni e deliri.
  • La Depressione post-partum, viene diagnosticata quando una donna sviluppa un episodio depressivo maggiore entro un mese dopo il parto. Si stima che il 10-15 per cento delle donne, successivamente al parto, cada in depressione post-partum.
  • Il Disturbo Bipolare (o depressione bipolare), costituisce una sofferenza molto seria e invalidante, di cui chi ne soffre è spesso inconsapevole. In tale patologia si alternano fasi depressivea  fasi ipomaniacali o maniacali. In genere le fasi depressive tendono a durare più a lungo (anche mesi) di quelle maniacali o ipomaniacali (che durano una-due settimane). Le fasi depressive si caratterizzano per un umore molto basso, assenza di piacere e una generale tristezza per la maggior parte del giorno. Le fasi maniacali invece rappresentano l’esatto contrario di quelle depressive, ovvero caratterizzate da un umore alquanto elevato, dalla sensazione di onnipotenza e da un eccessivo ottimismo.
    In questa fase i pensieri si succedono molto rapidamente, il comportamento può essere iperattivo e caotico e può sfociare in un disturbo del controllo degli impulsi (dipendenza da gioco, shopping compulsivo, ecc.)

La presenza o la gravità dei sintomi varia da individuo a individuo e può modificarsi nel tempo:

  • Persistente tristezza, ansia o stato d’animo vuoto
  • Sentimenti di disperazione o pessimismo
  • Sensi di colpa, inutilità, o impotenza
  • Perdita di interesse o di piacere verso attività che un tempo erano gratificanti
  • Diminuzione di energia, stanchezza,
  • Difficoltà di concentrazione o di prendere decisioni
  • Insonnia, risveglio precoce o ipersonnia
  • Appetito eccessivo o ridotto
  • Pensieri di morte o di suicidio
  • Irrequietezza, irritabilità
  • Sintomi fisici persistenti come mal di testa, disturbi digestivi e dolore cronico

Per prevenire la depressione è utile coltivare una folta rete di amicizie, dedicarsi ad hobby e passatempi, mantenere buoni legami con la famiglia e fare esercizio fisico regolare.
Essere stimolati da attività piacevoli e coltivare legami positivi, riduce sensibilmente il rischio di cadere in depressione o la durata della fase depressiva.

La depressione, anche in casi più gravi, è una malattia altamente curabile.
In genere, prima si interviene e meglio si può affrontare il disturbo.
La depressione può essere trattata in diversi modi, i più comuni sono i farmaci e la psicoterapia.

La terapia farmacologica è spesso utile per alleviare i sintomi e funge da supporto alla psicoterapia, dando alla persona la possibilità di dedicarsi in maniera più efficace al percorso psicologico.

Con la psicoterapia sistemico relazionale, si considera la persona portatrice del disagio sia nei suoi aspetti individuali e di personalità sia all’interno delle sue relazioni significative. Lo scopo è quello di sciogliere gli eventuali nodi relazionali che provocano tensione, sofferenza e dolore nonché dare alla persona la possibilità di accedere a tutte le risorse di cui dispone la sua stessa famiglia. Inoltre, è importante non trascurare l’impatto che ha la depressione sui familiari del soggetto colpito, lo stress, la frustrazione, la rabbia e la fatica provate per cercare di aiutarlo.
Sostenendo la famiglia o la coppia nella gestione della depressione si accelera l’intero processo di guarigione del singolo.

L’autostima riflette la valutazione del proprio valore.
Essa comprende un insieme di credenze (come “Io sono buono, di valore, meritevole, indegno etc.”) ed è strettamente legata ad emozioni come l’orgoglio e la vergogna. L’autostima è un giudizio che condiziona l’atteggiamento verso se stessi e gli altri e determina la capacità di prendere decisioni. Un’alta autostima implica la presenza di giudizi positivi circa il proprio valore mentre un’autostima bassa è determinata da credenze negative. In generale, una bassa autostima spesso comporta la necessità di ottenere l’approvazione da altre persone al fine di sentirsi bene. Si può anche presentare come incapacità a tollerare le critiche, vulnerabilità al parere altrui e come tendenza insana verso il perfezionismo. La bassa autostima può essere determinata anche da aspettative eccessivamente alte che inducono a sentirsi sempre “meno” rispetto a ciò cui si anela.
Un’altra caratteristica molto comune di bassa autostima è il dialogo interiore negativo. Le persone con bassa autostima si considerano in modo critico, hanno un senso perenne di fallimento e mancanza di realizzazione. Queste percezioni negative raramente sono vere, spesso sono distorte da modelli di pensiero erronei (detti anche Bias Cognitivi) molto radicati nella persona.

La nostra società materialista e competitiva non aiuta nella costituzione di una solida autostima. Al contrario, spesso induce a confrontarsi continuamente con gli altri e a sentirsi perdenti. In questi confronti, molto spesso, si perde di vista il valore della propria individualità e la ricchezza delle proprie differenze.

  • Sentimenti di insoddisfazione e inutilità personale;
  • Sensazione di incompetenza:
  • Amplificazione dei propri aspetti negativi;
  • Comparazione con gli altri;
  • Non credere ai complimenti ricevuti;
  • Non sentirsi amabili;
  • Paura del cambiamento;
  • Incapacità a prendere decisioni;
  • Essere irrealistici sugli obiettivi;
  • Avere aspettative eccessivamente alte;
  • Essere sopraffatti dalla paura;
  • Visione distorta su di sé e sugli altri;
  • Dialogo interiore negativo;

L‘autostima si sviluppa attraverso le relazioni sin dalla nascita. Le esperienze negative e le relazioni difficili abbassano l’autostima mentre buone esperienze e legami forti l’aumentano. Non è il singolo evento o la particolare esperienza a determinare il grado di autostima. In genere, essa si sviluppa nel tempo e può cambiare con l’evolversi degli avvenimenti. Durante l’infanzia, essere oggetto di critiche, non ricevere approvazione o riconoscimenti può determinare una bassa autostima. Ma, anche in età adulta, un’autostima ben sviluppata può subire variazioni a causa di improvvisi cambiamenti di vita o fallimenti (come la perdita di un lavoro, la fine di una relazione o problemi di natura fisica).
Altri fattori che determinano bassa autostima sono:

  • La solitudine;
  • Lo scarso rendimento scolastico;
  • Gli insuccessi lavorativi;
  • Essere vittima di bullismo o di mobbing;
  • Vivere relazioni sentimentali povere e insoddisfacenti:
  • Avere un rapporto conflittuale con la famiglia d’origine o uno dei genitori;

La psicoterapia sull’autostima ha lo scopo di aiutarti ad essere compiutamente te stesso. Nel percorso ti aiuterei ad acquisire sicurezza, consapevolezza  e capacità assertiva attraverso l’identificazione delle attività in cui far crescere fiducia e competenze. Talvolta, potrebbe rivelarsi utile sviluppare una sana auto-compassione in modo che tu possa concederti la stessa gentilezza e l’incoraggiamento che offriresti agli altri.

In particolare potremo lavorare sui seguenti punti:

  • Esplorare possibili origini della tua mancanza di autostima nella tua storia personale;
  • Identificare convinzioni negative di base su di te (ad esempio, “sono pigro”);
  • Imparare a gestire le emozioni negative come la paura, la rabbia, l’invidia;
  • Costruire punti di forza e risorse interne per contrastare cattive abitudini o rigide autopercezioni;
  • Individuare obiettivi concreti, positivi e raggiungibili che rendano la tua vita gratificante;
  1. Descrivi te stesso in maniera positiva
    Il modo in cui parli a te stesso di te ha una grande influenza sulla tua autostima. Se continui a ripetere a te stesso che non sei di valore, potresti essere inconsapevolmente indotto a comportarti come se tale definizione fosse vera (profezia che si auto avvera) fino a convincertene realmente. Avere un dialogo interno ricco di attributi personali positivi, al contrario, induce a comportarsi confermando il proprio valore.
  2. Non confrontarti con gli altri
    Può essere davvero semplice confrontarsi con gli altri per determinare il proprio valore. Ma, in realtà, che importa se il tuo amico è campione di ping-pong oppure veste con grandi marchi? Ciò che conta è che tu ti focalizzi sui tuoi punti di forza e assecondi le tue inclinazioni.
  3. Fai esercizio fisico
    L’esercizio fisico aiuta a migliorare il tuo umore. Fine della storia.
  4. Non tendere alla perfezione
    non è possibile essere perfetti. Impara ad essere umile e a venire a patti con la realtà dell’imperfezione.
  5. Non ti demoralizzare se commetti un errore
    È tipico dei bambini deprimersi quando non si riesce a fare qualcosa o si commette un errore. Crescere significa acquisire la capacità di tollerare gli errori come parte necessaria di un processo evolutivo…. Insomma “Capita ai vivi”
  6. Concentrati sulle cose che si possono cambiare
    Non ha senso sprecare le tue energie lamentandoti o pensando a cose che non si possono cambiare. Focalizzati sulle cose che puoi controllare e agisci laddove esistono le soluzioni.
  7. Fai le cose che ami
    Se stai facendo ciò che ami è molto più probabile che tu riesca a pensare positivamente e ad avere risorse per affrontare i problemi.
  8. Circondati di persone positive
    Non frequentare persone che si lamentano ed hanno atteggiamenti negativi. Trova un gruppo di persone che ti fanno sentire bene e siano fonte di energia vitale e positiva.

Il disturbo Ossessivo-Compulsivo è un disturbo d’ansia caratterizzato da ossessioni (pensieri indesiderati ricorrenti) e/o compulsioni (comportamenti ritualizzati, ripetitivi e incontrollabili).
La persona che soffre di disturbo Ossessivo-Compulsivo riconosce che i propri pensieri e i propri comportamenti siano irrazionali ma, nonostante questo, non riesce a resistervi o a liberarsene.
Come un ago conficcato su un vecchio disco, nel disturbo Ossessivo-Compulsivo, il cervello resta bloccato su un particolare pensiero o azione. Ad esempio, è possibile controllare il gas 8 volte per assicurarsi che sia davvero spento, oppure bisogna lavarsi le mani ripetutamente per sentirsi “puliti”. Ripetere quell’azione specifica (detta, appunto, compulsione) acquisisce il potere di sedare un’ansia e reca un sollievo temporaneo.
Tuttavia, il sollievo non dura mai a lungo. L’ansia ritorna più forte di prima e i comportamenti per sedarla devono divenire via via più complessi ed intrusivi, spesso ostacolando la vita quotidiana di chi ne soffre.

La persona che soffre di questo disturbo tende ad essere:

  • perfezionista;
  • eccessivamente attenta alla puntualità, ai dettagli e alle norme;
  • incapace di condividere o delegare per la paura che gli altri non facciano altrettanto bene;
  • fissata con le liste;
  • bisognosa di ordine;
  • rigidamente aderente a codici morali ed etici.

La maggior parte dei casi di disturbo Ossessivo-Compulsivo rientra in quattro categorie principali

1- Controllo
Con l’intenzione di evitare un possibile danno, la persona può controllare in maniera ossessiva:

  • I rubinetti dell’acqua
  • Le luci
  • La chiusura di porte e finestre
  • Gli interruttori degli elettrodomestici
  • Il gas
  • Il portafoglio o la borsa
  • Email, cartoline, lettere o documenti di lavoro

Il numero di volte in cui il controllo si effettua, può variare da due fino a un centinaio, compromettendo seriamente la carriera di un individuo e le relazioni personali.

2 – Accumulo
La persona tende ad accumulare oggetti, a volte ingombrando stanze della casa o riempiendo molteplici armadi. Tale compulsione all’accumulo comporta:

  • comprare un sacco di oggetti inutili
  • sviluppare un attaccamento emotivo a questi
  • avere una vita sociale limitata a causa del disordine
  • mettere in pericolo la propria salute o quella dei propri familiari

3 – Contaminazione
La paura di contaminazione induce la persona a pulire ossessivamente oggetti o parti del corpo e può presentarsi come disagio a non:

  • essere tra la folla, in diretto contatto con estranei
  • indossare abiti se leggermente sporchi
  • usare bagni pubblici
  • stringere la mano altrui
  • toccare maniglie delle porte oppure oggetti con cui entrano in contatto anche altre persone (penne, bicchieri, tazzine del bar, posate di un ristorante etc.)

4- Elucubrazioni
Le elucubrazioni si riferiscono al pensare in maniera prolungata uno specifico tema o al porsi incessantemente domande che spesso hanno carattere filosofico. Un esempio potrebbe essere la fissazione su ciò che accade dopo la morte. Chi soffre di tale fissazione può visualizzare il cielo, l’inferno, il purgatorio e ostinarsi nella ricerca ossessiva della risposta a tale domanda. Altri pensieri intrusivi possono riguardare la propria morte o la possibilità di ferire un proprio caro. Tuttavia, le persone con disturbo ossessivo compulsivo, di solito, sono i meno propensi ad agire realmente in tale direzione, tant’è la loro ripugnanza verso l’azione stessa.

Pensieri ossessivi:

  • Paura di essere contaminati da germi o sporcizia
  • Paura di causare danni a persone o animali
  • Pensieri e immagini sessualmente esplicite, violente e intrusive
  • Eccessiva attenzione a idee religiose o morali
  • Paura di perdere cose di cui si potrebbe aver bisogno
  • Ordine e simmetria: l’idea che tutto debba essere allineato e “giusto”
  • Superstizioni: eccessiva attenzione a qualcosa considerato fortunato o sfortunato

Comportamenti compulsivi:

  • Eccessivo controllo delle cose (serrature, elettrodomestici, interruttori, documenti)
  • Impulso a contare, toccare, ripetere certe parole o frasi
  • Lavare o pulire ripetutamente oggetti o parti del corpo
  • Ordinare o organizzare
  • Pregare eccessivamente
  • Accumulazione “spazzatura”, come vecchi giornali o contenitori per alimenti vuoti

La psicoterapia sul disturbo Ossessivo-Compulsivo prevede un lavoro su due fronti.
Da una parte lavoro sul sintomo attraverso diverse tecniche. Fra queste adotto per esempio “l’esposizione e prevenzione della risposta”. Tale tecnica prevede l’esposizione allo stimolo (che solitamente innesca il sintomo) con la graduale acquisizione del controllo circa i tempi di risposta fino all’estinzione della stessa.

Contemporaneamente lavoro sulle dinamiche relazionali disfunzionali presenti all’interno del sistema familiare che possono aver contribuito alla genesi e mantenimento del disturbo stesso. Solitamente, le compulsioni provocano forti disagi all’intera famiglia, generando nei suoi membri atteggiamenti rigidi (che accentuano il conflitto) oppure troppo accomodanti (che lo alimentano).

Questo doppio binario di intervento
 (sul sintomo e sulla rete familiare) spesso diventa la soluzione ad un problema molto invalidante come il disturbo Ossessivo-Compulsivo.

Sposta l’attenzione
Quando si stanno sperimentando pensieri ossessivi prova a spostare l’attenzione su qualcos’altro. Potresti correre, camminare, ascoltare musica, leggere, navigare sul Web, giocare a un videogioco, fare una telefonata. La cosa importante è fare qualcosa che ti piace per almeno 15 minuti, al fine di ritardare la tua risposta al pensiero ossessivo o costrizione. Al termine del periodo di ritardo, rivaluta la voglia. In molti casi, l’impulso non sarà più altrettanto intenso. Prova a ritardare per un periodo via via più lungo. Quanto più lungo sarà il periodo che farai intercorrere tra l’impulso e la risposta tanto più è probabile che il primo si riduca.

Scrivi i tuoi pensieri
Utilizza un quaderno, tablet  o smartphon per annotare tutti i pensieri o i comportamenti che senti di dover ripetere ossessivamente. Scrivili ogni volta che compaiono anche se dovessero tornare identici dopo soli 15 minuti. Molto spesso, il dover scrivere ripetutamente ti aiuterà ad essere più obiettivo e fungerà da freno alla ripetizione stessa.

Allenati regolarmente
L’esercizio fisico è un trattamento naturale ed efficace anti-ansia che aiuta a controllare i sintomi negativi. Per il massimo beneficio, cerca di svolgere attività aerobica per 30 minuti al giorno. L’esercizio aerobico allevia la tensione e lo stress, aumenta l’energia fisica e mentale e migliora il benessere attraverso il rilascio di endorfine al cervello.

Resta in contatto con amici e parenti
Ossessioni e compulsioni possono consumare la tua vita fino al punto da costringerti all’isolamento sociale. A sua volta, l’isolamento sociale può aggravare i sintomi. E’ importante avere una rete familiare e amicale di sostegno. Coinvolgere gli altri nel tuo trattamento
può aiutarti a mantenere alta la guardia e la motivazione.

La dipendenza affettiva fa parte di quelle dipendenze oggi note come “Nuove Dipendenze”, in cui non è implicato l’uso di farmaci, droghe o sostanze chimiche. L’oggetto della dipendenza è un comportamento o un’attività lecita come lavorare, fare acquisti, navigare in internet, giocare, fare sport ecc.

In questi casi, infatti, la persona può divenire dipendente dall’utilizzo di internet, dallo shopping, dal lavoro e così via. Per uscire da questo tipo di dipendenze, spesso subdole e difficili da individuare, sono necessarie cure e terapie molto efficaci.
In particolare, si parla di dipendenza affettiva quando la dipendenza patologica si instaura all’interno di una relazione di coppia nella quale il dipendente si sente imprigionato in un rapporto infelice e non riesce a liberarsi del partner, pur stando molto male. Molto spesso, in questo tipo di rapporto, il dipendente sviluppa sintomi psicologici o psicosomatici come depressione, ansia, panico, alterazioni del sonno e dell’alimentazione, emicranie e altre forme di profonda sofferenza individuale.

Enrico Maria Secci, nel suo libro “I Narcisisti Perversi e le unioni impossibili” ha analizzato un caso particolare di dipendenza affettiva, quella che s’instaura tra un soggetto narcisista e la sua partner. Il libro nasce dalle innumerevoli testimonianze raccolte all’interno del suo “Blog Therapy” attraverso le quali si è potuto constatare la grande diffusione della dipendenza affettiva e di relazioni di coppia malate.

Le ricerche più recenti hanno dimostrato che chi soffre di dipendenza affettiva è molto spesso una persona sana, proveniente da una “famiglia normale” e non ha avuto sostanziali difficoltà di natura relazionale o affettiva, sino all’esordio della relazione amorosa patologica. Ciò porta a ritenere che la dipendenza amorosa non sia il frutto di traumi infantili (come si credeva all’inizio) ma una sindrome del “qui ed ora”, un problema che vede coinvolte due persone che, più o meno consapevolmente, vivono una relazione nociva.

Come evidenzia Secci nel suo libro, le persone intrappolate nella dipendenza affettiva vivono soggiogate dall’ambivalenza: l’altro a volte è buono, romantico, affascinante, unico e speciale … altre volte diventa crudele, gelido, respingente, brutto, banale. Senza soluzione di continuità, l’oggetto dell’amore dipendente presenta due facce contrapposte e alterna slanci emotivi con la disarmante spontaneità di un bambino a esplosioni di rabbia o silenzi siderali; si cimenta in promesse d’amore vibranti e poi si nega con veemenza imponderabile. Questa dualità costituisce il perno della dipendenza relazionale: la “vittima” s’innamora del volto buono del partner, lo idealizza e vi si dedica interamente, mentre minimizza o nega la “faccia cattiva”.

La dipendenza affettiva è un disturbo della sfera emotiva e relazionale per la quale la persona non riesce a fare a meno del suo amato, nonostante la sofferenza. Incide progressivamente sulla sfera cognitiva, emotiva e comportamentale sino a configurarsi come vero e proprio disturbo caratterizzato da sintomi riconoscibili.

Sintomi Cognitivi
Pensiero Ossessivo, costantemente concentrato sul partner;

Incapacità a valutare se stesso, l’altro e la relazione;
Tendenza a riportare a sé e/o alla relazione ogni comportamento dell’altro;
Tendenza a sovrastimane i segnali positivi e di conferma provenienti dal partner;
Tendenza a minimizzare segnali negativi e di disconferma provenienti dal partner;
Difficoltà di concentrazione;
Idealizzazione della persona amata;
Tendenza a colpevolizzarsi.

Sintomi Emotivi
Impulsività;

Instabilità dell’umore,
Umore depresso;
Sensazioni di vuoto e solitudine;
Ansia;
Attacchi di panico;
Irritabilità;
Scatti d’ira e perdita del controllo;
Disturbi del sonno;
Disturbi della sfera alimentare;
Disinvestimento emotivo dal mondo circostante con ritiro sociale;
Emozioni costantemente rivolte sull’oggetto d’amore.

Aspetti Comportamentali
Ritiro sociale;

Incapacità a mantenere le amicizie e tendenza a conservare soltanto i rapporti che non mettono in discussione la loro “scelta” d’amore;
Perdita di interessi;
Comportamenti compulsivi (azioni ripetute e ingovernabili, come telefonate, e-mail, sms, pedinamenti);
Atteggiamento condiscendente verso l’altro;
Incapacità di prendere decisioni;
Tendenza a delegare le proprie responsabilità;
Tendenza a rinunciare a impegni o attività importanti.

Siccome la dipendenza affettiva è una patologia relazionale che si sviluppa in maniera lenta e subdola, non esiste un modo preciso per prevenirla. In generale, è utile non perdere mai di vista se stessi, i propri amici e i propri interessi. Solo coltivando una vita ricca di relazioni è possibile usufruire di tutte le risorse vitali, necessarie per alimentare la forza interiore, l’amor proprio, il riguardo per se stessi e la consapevolezza.

Se temi di poter cadere nella dipendenza affettiva segui alcuni piccoli consigli:

  • Fai qualcosa da solo: ricavati momenti e spazi in cui non è presente la persona a cui di solito ti appoggi;
  • Non cercare una nuova persona a cui appoggiarti: cerca di vivere esperienze in cui tu sei il protagonista e nessuno ti accompagna;
  • Riscopri i tuoi interessi: insegui passioni abbandonate oppure cimentatati in qualcosa di radicalmente nuovo;
  • Fa ciò che ami: segui i tuoi desideri profondi e impara a dire no se qualcosa non ti piace.

Se hai provato a seguire questi consigli e ancora temi di essere imprigionato in una relazione malata perché ne riconosci tutti i sintomi e i segnali descritti nell’articolo, allora è il caso che inizi a prendere in considerazione l’idea di “lasciare andare”. Spesso si è ossessionati dall’idea di voler capire a tutti i costi l’altro, i suoi sentimenti e il perché dei suoi comportamenti. Altre volte si è pervasi dal desiderio di vendetta. Nessuna di queste strade porta alla felicità, l’unica via è quella ammettere di essere “Dipendenti” e iniziare a chiedere aiuto!

Il percorso di psicoterapia per uscire dalla Dipendenza Affettiva non è unico per tutti.
Gli obiettivi variano a seconda della storia personale e delle caratteristiche individuali.

In linea generale però, essendo alcuni problemi comuni a tutte le persone che soffrono di Dipendenza affettiva, posso dire che durante i nostri incontri sarai aiutato a prendere consapevolezza delle interazioni disfunzionali nonché delle dinamiche che alimentano la permanenza in una relazione malata e nociva. Sarai accompagnato nel recupero della tua capacità di prendere decisioni in linea con i tuoi bisogni affettivi e indipendentemente dal giudizio e dall’influenza degli altri.

Focalizzandoci sulle tue risorse relazionali e sul tuo potenziale inespresso, ritroverai il piacere di vivere, attraverso il recupero dei legami positivi e delle attività piacevoli. Lo scopo finale del percorso è l’acquisizione di lucidità e consapevolezza, utili a valutare te stesso e il tuo legame d’amore.

Le relazioni interpersonali nascono quando due o più persone, all’interno di un rapporto, soddisfano i loro bisogni reciprocamente.
Tali bisogni possono essere fisici o emotivi, espliciti o impliciti.

A volte, tali relazioni, seppur nate nella gioia e nella soddisfazione, possono mutare nel tempo e provocare dolore, rabbia e frustrazione.

Le relazioni interpersonali diventano problematiche quando uno o più partecipanti ha bisogni che non vengono soddisfatti all’interno della relazione.
Col passare del tempo, infatti, le esigenze possono variare e all’interno di tali mutamenti, spesso insorgono problemi di comunicazione tra le persone in relazione. Tali relazioni, quindi, possono trasformarsi in vere e proprie torture, gabbie di rabbia, tristezza e frustrazione.
Nonostante il dolore però, accade spesso che non si riesca o si possa fare a meno di relazionarsi a quella o quelle persone. Ecco che in questi casi occorre lavorare sul proprio modo di porsi in relazione, sulla comunicazione e sul contenimento degli effetti negativi sulla nostra sfera emotiva.

Le difficoltà relazionali e comunicative si manifestano con i seguenti atteggiamenti:

  • Puntualizzare
  • Rinfacciare
  • Recriminare
  • Disprezzare
  • Criticare
  • Colpevolizzare
  • Ordinare, esigere
  • Minacciare
  • Fare la morale
  • Giudicare, disapprovare, criticare
  • Umiliare, ridicolizzare
  • Interpretare, analizzare i comportamenti altrui
  • Consolare, minimizzare
  • Cambiare argomento
  • Indagare, interrogare

Conoscere le modalità comunicative che risultano fallimentari e allenarsi costantemente ad una sana comunicazione è la migliore forma di prevenzione del conflitto.
Molto spesso, scrivere ciò che si pensa e rimandare la comunicazione ad un secondo momento nei casi in cui gli animi fossero troppo accesi, consente di disporsi in maniera più funzionale al dialogo con l’altro.

Un percorso psicologico potrà aiutarti a comprendere le ragioni di una comunicazione fallimentare all’interno di una relazione che stia generando rabbia, frustrazione, tristezza o risentimento.
Insieme cercheremo di capire quali sono i bisogni insoddisfatti o le modalità relazionali nocive che stanno influenzando negativamente una o più relazioni importanti.
Migliorare le capacità interpersonali, riconoscere i propri bisogni, esprimerli in maniera adeguata e comprendere la prospettiva dell’altro, saranno i principali obiettivi su cui ci si focalizzerà per migliorare la qualità, la natura e la frequenza dei tuoi legami interpersonali.

Per migliorare la comunicazione e produrre un messaggio efficace, prova ad utilizzare la tecnica di Gordon detta anche “Tecnica dei Messaggi IO”.
Grazie alla tecnica del messaggio io, gli interlocutori non si sentono né colpevolizzati, né giudicati e in questo modo possono ascoltarti con maggiore attenzione, ragionando sulle conseguenze a cui portano le proprie azioni.

Gli step da seguire per produrre il “Messaggio Io” sono i seguenti:

  1. Inizia descrivendo ciò che provi con un semplice “Io mi sento”;
  2. Descrivi il comportamento dell’altro che crea il problema con un “Quando tu”;
  3. Spiega in che modo il comportamento è legato all’emozione con un semplice “Perché”;
  4. Esprimi precisamente cosa vorresti che l’altro facesse “Io vorrei che tu”;
  5. Esponi la richiesta “Saresti disposto a…..”

Con la frase “Io mi sento triste – Quando non mi ascolti – Perché mi sento ignorato –  vorrei che tu mi considerassi di più – saresti disposto a guardarmi negli occhi quando parlo?” si otterranno sicuramente più risultati che non utilizzando la tecnica Messaggi Tu: “E’ colpa tua – Quando tu non mi ascolti – Perché mi sento ignorato – Tu sei un egoista”.
Nell’ultimo caso l’interlocutore si offenderà, o si arrabbierà e probabilmente attiverà un atteggiamento di difesa che interferirà con la comunicazione.

Utilizzare la tecnica del Messaggio Io è indispensabile quando si attraversa una situazione di difficoltà dettata dall’altrui atteggiamento.
Grazie alla tecnica del confronto si condividono quelli che si reputano atteggiamenti inaccettabili e con semplicità si comunica all’altro come ci si sente in un determinato momento.
Il pregio della tecnica è quello di non valutare direttamente la persona, ma la sua azione: non “tu sei”, ma “il tuo comportamento che mi rende….”.

Si parla di crisi di coppia quando i partner vivono un forte disagio che dura nel tempo e, nonostante i tentativi di risolvere i problemi, non riescono più provare piacere, attrazione e sentimenti positivi verso la persona un tempo tanto amata.
La crisi di coppia non è mai determinata da un solo evento, in genere si tratta di una somma di fattori negativi che si sommano e si protraggono nel tempo.
Molto spesso la coppia non è consapevole della crisi finché un evento scatenante (come per esempio il tradimento) non getta luce sulle criticità della vita della coppia in generale.

La crisi di una coppia può manifestarsi in diverse forme che vanno da una conflittualità forte ed accesa fino ad una forma più celata, segnata grandi distanze, lunghi silenzi e dall’assenza di comunicazione.
La consapevolezza della disfunzionalità della relazione è accompagnata da emozioni negative come rabbia, amarezza, tristezza e paura.
È in questa fase che la coppia cerca un aiuto esterno e si rivolge a un professionista competente.

Nella vita di coppia piccole crisi, circoscritte nel tempo, sono da considerarsi fisiologiche.

Gestire di comune accordo le scelte importanti, i cambiamenti e la fatica della quotidianità è difficile.
Se il confronto delle idee porta ad una sana conflittualità e alla negoziazione costante nel rispetto delle idee e dei valori di ciascun partner, allora tali passaggi possono essere gestiti dalla coppia autonomamente e risultare momenti utilissimi all’evoluzione del legame stesso.

In altri casi, invece, la mancanza (apparente) di piccole crisi, di momenti di conflittualità e di sano confronto è alla base della crisi di coppia. Con l’intento di non urtare il partner, spesso uno dei due impara a non comunicare più i propri bisogni e i propri desideri, impoverendo l’espressività e la libertà col risultato di produrre risentimento, incomprensioni e grandi distanze.

Altri motivi che possono indurre la coppia in crisi sono da ascriversi a lotte di potere, problemi di comunicazione,  insoddisfazione sessuale e infedeltà.

Anche se la consulenza psicoterapica è consigliata non appena il rapporto genera malessere, solitamente i partner non richiedono la terapia fino a quando non diventano profondamente arrabbiati o infelici.
In alcuni casi, la coppia potrebbe chiedere una psicoterapia per gestire al meglio la separazione e la gestione dei figli.

Il successo della terapia dipende dalla motivazione dei partner e dall’impegno che ciascuno mette nella coppia e nel processo psicoterapeutico. Gli obiettivi saranno stabiliti dalla coppia, in sede di terapia.
Per ottenere migliori risultati, in tempi più brevi, è necessaria la partecipazione di entrambi.

La terapia affronta molti aspetti del rapporto, anche se la comunicazione tende ad essere l’obiettivo primario del percorso.

Un buon percorso psicoterapeutico aiuta i partner a cambiare punto di vista sulla propria relazione e a focalizzare l’attenzione non più sugli errori dell’altro, bensì sul proprio contributo nel generare e mantenere la particolare dinamica negativa.

I partner saranno aiutati ad elaborare i loro vissuti, ad eliminare comportamenti disfunzionali e ad attingere alle risorse sepolte dalla distanza emotiva o dalla rabbia accesa.

SUGGERIMENTI:

Non esistono regole per il “rapporto perfetto”.

Ogni coppia ha sue caratteristiche ed un suo proprio equilibrio interno.
Tuttavia, nei rapporti di coppia felici e di lunga durata, sono state evidenziate le seguenti caratteristiche:

  • Apertura al contesto esterno (amici, parenti, lavoro, hobby personali)
  • Disponibilità al cambiamento
  • Autonomia e indipendenza
  • Condivisione, complicità e intimità
  • Impegno
  • Attenzione ai segnali di disagio
  • Mantenimento della diversità e rispetto per l’interpretazione altruiPresenza di progettualità, sia individuale che di coppia

Clicca sull’argomento di tuo interesse e leggi le PRATICHE ISTRUZIONI fornite.

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